INSTITUTO
SCAVARE UN POZZO NEL DESERTO
(l'utopia necessaria di john ruskin) di andrea fogli – agenzia radicale
cortesia di gioacchino di bernardo – instituto fernando santi - germania
"I poeti e i profeti, i saggi e gli scrittori, anche se non ci hanno detto nulla intorno alla vita futura, ci hanno molto istruiti sulla vita presente. Hanno avuto sì i loro sogni, ma noi li abbiamo derisi; hanno sognato di misericordia e giustizia; hanno sognato di pace e di buona volontà; hanno sognato di fatiche non deluse e di riposo non disturbato; hanno sognato di abbondanti raccolti e di ricolmi magazzini; hanno sognato finalmente la saggezza nel consiglio e la provvidenza nella legge; la gioia nei genitori, la forza nei figli, e la gloria nei capelli grigi.
Di queste loro visioni noi ci siamo beffati ritenendole oziose e vane, irreali e irrealizzabili.Ma cosa abbiamo realizzato noi effettuato con il nostro senso della realtà? Che abbiamo mai conseguito con la nostra mondana praticità in confronto alla loro follia?"
L'occasione può servire per riflettere, attraverso gli occhi di Ruskin, sul presente stato della nostra società e sull'infelice destino in cui sono precipitati sia temi come Natura, Etica, Arte e Bellezza, che quelli legati alla ricerca di un superamento della disuguaglianza che separa sempre più i ricchi dai poveri in un contesto in cui i furbi e i disonesti hanno impunemente il sopravvento e governano indisturbati il destino delle nazioni e l'economia globale.
Ma è innanzitutto un atto di ringraziamento per Ruskin e per tutti quegli idealisti che hanno cercato, usando una sua felice espressione, "di scavare un pozzo nel deserto", di tener viva la "sete della verità" in un mondo che ha "abbandonato le sue fonti".
In questo magnifico e monumentale salone siamo così paradossalmente invitati a seguire il pensiero non di un qualche "barone" universitario o celebrato Cavaliere della Repubblica, ma di un idealista che dopo aver lavorato senza tregua per la realizzazione di una società ideale è divenuto folle sotto il peso di fallimenti che hanno coinvolto non solo il suo ideale artistico e sociale, ma anche la sua vita personale e familiare.
In tal senso il mio sarà quindi un appello in difesa di tutti gli artisti e pensatori "inattuali" e inascoltati che la "bella società" avvilisce e offende senza tregua non volendo ascoltare né seguire le loro profetiche e veritiere visioni.....penso ad esempio ad altri suoi "fratelli di sventura" che come lui sono precipitati nella follia nel 1888: Vincent Van Gogh e Friedrich Nietzsche.
Il mio, sulla scia del pensiero di Ruskin, sarà così una difesa di verità scomode e di esigenze assolute, in una parola di tutto ciò che le degenerata società "moderna e contemporanea" definisce come "Utopie".
Se guardiamo con crudele lucidità la realtà che ci circonda, una realtà che ha incominciato a definirsi all'inizio dell'800 in società avanzate come l'Inghilterra di Ruskin, non potremo che cader preda della disperazione, come lui e i suoi numerosi "fratelli di sventura".Ma, anche seguendo il suo esempio e condividendo la sua natura d'animo, la nostra parola chiave sarà ancora la sua: ovvero la "Speranza".
Una parola che per molti purtroppo odora di naftalina. Quindi la prima cosa a cui siamo chiamati per non rassegnarci al deserto, e cercare anzi di scavarvi un pozzo in cerca dell'acqua benedetta, sarà quella di tener in vita parole desuete e vilipese. Come fu ben detto 2000 anni fa da un nostro illustrissimo fratello, dovremo quindi per prima cosa cercar di tener vivo il nostro sguardo di bambino, quel senso di meraviglia, purezza e forza creatrice che per Ruskin sono anche le proprietà più preziose degli artisti, quel "fanciullino" già poetizzato da altri spiriti eletti dell'800 come Eichendorff, e poi da Pascoli e Robert Walser. In un generale panorama di cinismo e di assenza di rispetto per ogni cosa, dobbiamo riacquistare la capacità di ammirare, di onorare i più alti esempi del pensiero e dell'arte, di credere nella supremazia del Bello (e del Buono) sul Brutto, della Luce sulla Tenebra.
Dobbiamo quindi fare un passo oltre il Novecento e il suo compiacimento per la frammentazione, per la catastrofe, per il deforme, evitando al tempo stesso quell'enfatica monumentalità e retorica che il nostro poeta non apprezzava in Michelangelo e nel peggior Rinascimento e che era secondo lui espressione di una presuntuosa "confidenza nella sua forza".
Dobbiamo quindi ribaltare ancora una volta un abusato luogo comune (come già fecero Cristo e Lao Tze) e credere, come ha scritto Ruskin, che "in realtà la luce è sempre più imponente della tenebra, come la modestia è più maestosa della forza", che " vi è una sublimità più profonda nella soave gioia di un bambino o nella naturale virtù di una fanciulla che nella forza di Anteo o nelle fosche nubi dell'Etna".
E' alla luce di ciò che possiamo intendere meglio anche la sua passione per l'arte gotica, per Giotto e per Dante, per una civiltà e un' arte, che al contrario di quella del Rinascimento (e contemporanea), era capace di "una franca confessione della sua debolezza" e quindi capace di custodire il senso di una eternità trascendente e di inchinarsi ad essa con occhi di fanciullo.
Questi occhi erano capaci di intravedere ciò che il razionalismo adulto della civiltà moderna sottomessa al dio della Scienza non è più capace. Nelle "Pietre di Venezia", in un lungo paragrafo in cui analizza i capitelli di Palazzo Ducale nella doppia versione gotica e rinascimentale, v'è un passo esemplare: Ruskin osserva che nella versione quattrocentesca della "Speranza" la mano che fuoriusciva dalle nubi protesa verso la figura femminile rivolta con lo sguardo verso il cielo è scomparsa. Il realismo triste degli adulti, la loro superba occupazione del mondo, non può accettare la presenza, estetica e morale, di quella mano.
E su questa via siamo ormai da tempo, e alla fine incapaci di costruire per l'eternità come gli antichi, di concepirla positivamente, ormai rinchiusi nel presente e nell'effimero. Questa via ha portato inoltre, come denunciava Ruskin e come vediamo intorno a noi, alla rottura del ponte che congiunge i Padri ai Figli, il passato al futuro, ha condotto all'incapacità di onorare e di rispettare, che dovrebbe essere invece la reciproca capacità sia dei giovani che dei vecchi, degli uomini e delle donne. La causa principale del nostro declino, e dell'ùbris moderna, è per Ruskin il progressivo allontanamento da madre Natura.
E' la Natura, l'eterna "domus vegetalis" e cosmica (più che quella rappresentata dal regno animale) che ci insegna la nostra misura, che ci insegna ad ammirare e contemplare, ad innalzarci. E risvegliare così quello sguardo, onnipresente in Ruskin, verso le sue più semplici e minime apparizioni: la vita di un prato, la luce del bosco, la forma dei nidi, per finire allo spettacolo del cielo che in un passo dei "Pittori Moderni" illustra mirabilmente come scenario "comune a tutti" oltre le divisioni e differenze che le civiltà incidono sulla terra. Ed è poi sempre la Natura che può insegnarci a comprendere l'abuso moderno (ed attuale) della parola "Libertà", per Ruskin "il più perfido di tutti i fantasmi".
La libertà non esiste in natura, né sulla terra né in tutto l'universo : "Il sole non ha libertà, la foglia morta ne ha molta; la polvere di cui siamo formati non ha libertà, la libertà non sopraggiunge che con la decomposizione". E "noi uomini - scrive ancora Ruskin - non ne abbiamo che una parvenza irrisoria per nostra massima punizione". Parole extratterstri che cadono come infuocate meteoriti sulla nostra civiltà allo sbando, su allegre e demenziali "Notti bianche", sui infausti modelli mediatici, economici e politici che ovunque ci accerchiano.
Su tutto questo Ruskin è stato profeticamente molto chiaro, ed è proprio da queste amare riflessioni che prende vita la sua appassionata e complessa opera di riformatore sociale. Il centro del suo bersaglio non sono solo i classici vizi derivati da questa malintesa libertà come lussuria, competitività, egoismo ed edonismo, ma anche l'abuso che i ricchi e i potenti ne fanno a danno dei poveri e degli indifesi: "l'arte di farsi ricco è necessariamente anche l'arte di rendere povero il prossimo".
Questa frase, che raccoglie un pensiero che Ruskin ha ampiamente illustrato, e che riteniamo sempre di stringente attualità, è ancora più imbarazzante se pensiamo che lui era al contempo un avversario dei movimenti anarchici e radicali del tempo e fine critico del concetto di "uguaglianza". Ci troviamo allora di fronte ad una complessità di pensiero che molto potrebbe insegnarci accerchiati come siamo da partiti e posizioni ottusamente contrapposti. E molto servirebbe oggi una mente libera e non conformista come la sua, una mente ispirata da una naturale bontà e lucentezza. Una mente tesa ad unire e cercare la concordia e l'armonia sociale.
Un suo illuminante consiglio rivolto ai ricchi e ai poveri, ma che può essere esteso a tutte le parti in conflitto in vista di un onesto comportamento degli uni verso gli altri, è particolarmente efficace: ognuno più che accusare e disprezzare il comportamento degli altri, dovrebbe in primo luogo concentrarsi su una feroce autocritica di se stesso. Parallelamente egli bacchetta scandalizzato il fondamentalismo della sua religione cristiana che demonizza "Turchi", "Ebrei", "infedeli" ed "eretici", invitando a cercare tra le religioni e tra gli uomini (credenti e non credenti) ciò che li accomuna più di concentrarsi su ciò che li divide, e quindi fare un passo in avanti per amore del bene comune.
Questo pensiero etico e sociale è in Ruskin indivisibile dalla sua estetica, e con lei ispirato ad un sovrano denominatore comune. Prendere le distanze dalla deriva sia anarchica che capitalistica della società, per non parlare dal suo proto-anticonsumismo, il mettere l'accento sul concetto di cooperazione per un bene comune e sul valore dell'obbedienza, è a mio avviso frutto di un medesimo illuminato processo mentale (e spirituale) che lo porta in un quadro a cercare "unità di sentimento": a non amare per esempio la predominanza di un colore sugli altri (l'abuso del rosso in tanta pittura rinascimentale) o quella del colore sulla forma e sul disegno; oppure a non apprezzare un giardino dove i fiori prevalgono sulle piante non fiorescenti.
Questa stessa necessaria "unità di sentimento" lo porta anche a suggerire che la stanza della colazione debba avere un'ampia "prospettiva panoramica": per immergersi silenziosamente nella prima luce del giorno e unire a lei il risveglio dei nostri sensi ancora immersi nel limbo del sonno. Tutto ciò va riferito, nel senso più alto e quindi incompreso nell'arena schematica ed ottusa della realtà sociale, alla parola "Obbedienza".
E' lei, insieme a "Cooperazione", la parola magica per scardinare la deriva moderna della parola "Libertà", l'allontanamento dalla Natura e la perdità di coesione tra i Padri e i Figli, tra il passato e il futuro. Ruskin non intende riferirsi ad "una legge scritta", pur utile per arginare la parte bestiale e rozza dell'essere umano, o a quella "legge letterale" di cui si inorgogliscono i farisei e che uccide la vita, ma a quella legge non scritta che si segue con umiltà di cuore, con amore naturale, e che è "legge dello spirito" che fa germogliare la vita.
A questo punto del nostro discorso possiamo fluire naturalmente verso la necessaria conclusione toccando infine la dimensione dell' arte.Dopo quello che abbiamo appena detto non ci è difficile capire l'avversione di Ruskin verso precetti e formule che vorrebbero guidare il fare artistico, verso le mode e le convenzioni che gli artisti più deboli d'ogni tempo seguono acriticamente ed oppurtunisticamente.
Ed anche l 'idiosincresia per il predominio dell'aspetto tecnico e virtuositico, e parallelamente della Retorica, della Logica e della Filologia che, come intravisto anche da Nietzsche, sono volgari degenerazioni del sentire (e del sapere) avvolte sempre da trombonesca e prolissa superbia cattedratica. Uguale conseguente critica avversione Ruskin la rivolge contro l'influenza nefasta della mentalità scientifica e meccanicistica nella sfera propriamente umana e sensitiva dell'arte e della vita.
Queste son tutte forme di alienazione, specie quest'ultima, che insidiano da vicino gli uomini e gli artisti contemporanei e che si possono sintetizzare con una sola breve espressione: la perdità della verità appresa ed espressa dai nostri cinque sensi, e insieme dal nostro "sesto senso". Se la scienza ha il compito di studiare la relazione delle cose tra loro, il meccanismo interno, compito dell'arte, sia per Ruskin che per noi, dovrebbe essere l'espressione e la conoscenza delle relazioni tra le cose e l'uomo, l'effetto prodotto sui sensi e sull'anima.
E' questo un sentire che dovrebbe tornare al centro dell'opera dell'artista e dell'insegnamento ai giovani. Per riacquistare la facoltà dei nostri sei sensi, per ridare forza all'intelligenza istintiva insita nella mano di ognuno, ad un lavoro corpo a corpo con l'opera, cosa che oggigiorno è cosa rara navigando per lo più gli artisti come graphic-designer o pubblicitari, o come asceti del concetto, o come ideatori di progetti che macchine o specialisti realizzeranno per loro.
Tutto ciò è ancor più dannoso poichè è conseguenza di una incapacità cronica della società attuale, mentre l'arte dovrebbe invece rappresentare l'antidoto a questa incapacità: fatto sta che nessuno, cittadino o artista, oggi crede più nei propri sensi, nella propria individualità, nella propria autentica e vivente energia, e tutti sono vittime e complici di un ottundimento mediatico che ci pone come spettatori, che ci rende assueffatti ad un reale dove non vi è sangue né pelle, ma solo pixel, e dove tutto scorre senza tregua e si confonde. E' ora allora che l'arte ritorni a rappresentare l'alterità, una verticalità che l'arte e il consumo di massa hanno spazzato via.
E' ora che la nefasta interpretazione della parola uguaglianza sia interdetta, e che l'immagine della Piramide torni a far lievitare verso l'alto tutti coloro che vorranno rialzarsi. Per fare un passo in questa direzione, oltre ad una necessaria onestà verso se stessi, la propria voce e la propria terra d'origine (tutte cose imprescindibili in questo tempo di confusa e piatta globalizzazione), bisognerà restituire all'arte una dimensione sacra e sacrale, una dimensione che solo in parte è interna al suo fare: restituire a noi stessi un orizzonte superiore, un orizzonte a cui ascendere, una verticalità che ci liberi dal cortocircuito estetico-tecnicistico e ci riconnetta ad una realtà sovrapersonale. E quindi l'arte come forma inedita di preghiera, come ha scritto un altro inconsapevole (?) ruskiniano, il pittore informale Wols: una preghiera senza un perchè, non una ginnastica o la catechistica richiesta di un qualche favore, ma atto di unione muto con "un'amore senza nome" aldilà di tutti i nostri felici o infelici amori personali.
Per muoverci decisamente verso questa meta abbiamo bisogno di un pò di silenzio.E riacquistare così non solo l'accesso al mondo del sogno e della visione, ma a tutto ciò che è qui intorno a noi. E tornare a passeggiare come Ruskin o Thoreau nella nutura, e riacquistare con loro la venerazione della bellezza, rimpicciolendoci osservando un nido o espandendoci oltre ogni frontiera guardando quel cielo "a tutti comune". Non certo di microscopi e telescopi, o altre diavolerie, abbiamo bisogno.
Nè di computer, internet o amicizie virtuali. Tutte cose che non odorano, che non hanno sapore. Per vedere, e in profondità, nessun scanner ti può aiutare: i tuoi occhi, la tua mente e i tuoi sensi sono i mezzi più potenti. Anche perchè possiedono, filogeneticamente, misteriosamente, tutta l'anima che è lì fuori. Stessa è la fiamma che riluce dietro e davanti i tuoi occhi. La lampadina rischiara l'ombra, ma non vede. E per di più scotta e uccide le api e tutti i piccoli insetti che attira nell'illusione. I tuoi occhi invece vedono e non bruciano nessuna creatura, e se li usi bene non calpesterai neanche fiori o formiche.
E' per tutto questo che a volte le madri baciano i figli sugli occhi e così gli innamorati l'un l'altro: baciano il tempio dell' amore, il ponte benedetto. E' giunto ora, e per concludere, il momento di ricordare un emblematico fatto biografico che precede di pochi anni la morte di Ruskin: ovvero la sua coraggiosa fuoriuscita dall'università di Oxford (dove insegnava da anni) per protesta contro l'inclusione della vivisezione come mezzo di ricerca ufficiale della sua università. Fatto che ha preceduto di poco l'esplosione finale della sua follia e che richiama alla mente quella parallela di Nietzsche sopraggiunta al culmine a Torino nell'abbraccio ad un cavallo che era stato poco prima ferocemente frustato dal cocchiere.
Un sincronico abbraccio ad una natura offesa e vivisezionata in comune accordo da esimii scienziati e comunissimi cocchieri, in sintesi da tutto l'arco costituzionale della società "moderna e contemporanea". Un abbraccio, visti i tempi i tempi che corrono, che avrebbe potuto fare solo un bambino molto sensibile o una madre ipersensibile. Certamente il mio piccolo Tommaso, certamente sua madre in un suo momento di folle e benedetta ispirazione.
Un abbraccio, e un parallelo atto di coscienza, che tutti noi dovremmo rivolgere ai nostri cari poeti e artisti folli , uno splendente e obliato Pantheon di maestri aihmé defunti, e ovviamente al povero cavallo di Torino e alla Natura tutta, per dar via, per quel che a ognuno è possibile, ad un necessario risveglio, guidato sì da una turbolenta e fertile ribellione, ma insieme dalla dolcezza più profonda e bella della natura umana, da una "Speranza" calma ed operosa.